Nel 1987, Feel the Fear and Do It Anyway entrò nella classifica dei bestseller del New York Times e negli anni successivi sarebbe diventato uno dei libri di crescita personale più letti al mondo, con oltre 15 milioni di copie vendute e traduzioni in decine di paesi. In Italia è stato pubblicato con il titolo Conosci le tue paure e vincile.
Un titolo diretto, che a una prima lettura può sembrare quasi banale. In realtà introduce una questione tutt'altro che semplice: cosa facciamo quando la paura prende il sopravvento sulla nostra vita?
Susan Jeffers è stata una psicologa e scrittrice americana, tra le autrici più lette nel campo della crescita personale. La particolarità del suo lavoro è che non nasce da una speculazione teorica accademica, ma da ferite e rivoluzioni vissute in prima persona.
Susan nasce a New York nel 1938. Sposata a soli 18 anni, a poco più di venti si ritrova con due figli e incastrata nello stereotipo sociale dell'epoca che voleva le donne esclusivamente confinate tra le mura domestiche. "Ero giovane e stupida", racconterà in seguito con la sua tipica e spiazzante onestà, "pensavo che ci si sposasse e si vivesse felici e contenti". Invece, sperimenta una paralisi silenziosa. Si accorge di avere paura di tutto: uscire la sera, viaggiare, guidare, persino guardarsi allo specchio la mattina con gli occhi rossi dal pianto.
A 23 anni decide di sfidare le aspettative della famiglia e della società. Torna a studiare, affrontando il terrore del giudizio, e non si ferma fino a conseguire un dottorato in psicologia alla Columbia University. Nel 1971 il suo matrimonio finisce. Per dieci anni lavora come direttrice del Floating Hospital di New York, una struttura sanitaria su una nave che offriva assistenza medica e supporto psicologico alle famiglie più povere e prive di tutele della città. È lì, a contatto con le vulnerabilità umane più estreme, che affina la sua comprensione del dolore e dell'ansia.
Persino la nascita del suo libro più famoso è stata una prova di resilienza contro la paura del rifiuto. Il manoscritto venne rifiutato da decine di editori. Uno di loro le scrisse una lettera di rifiuto impietosa: "Lady Diana potrebbe pedalare nuda per la strada regalando questo libro e comunque nessuno lo leggerebbe". Susan non si lasciò fermare, trovò un editore e il libro ha venduto oltre 15 milioni di copie nel mondo.
Anni dopo, quando le fu diagnosticato un cancro al seno che la portò a subire una mastectomia, affrontò la malattia con la stessa trasparenza, senza nascondere nulla ai suoi lettori, convinta che la vulnerabilità fosse la chiave per una vera connessione umana. Rileggendo oggi il suo lavoro, non troviamo la promessa di una vita senza timori. Troviamo un invito a riflettere su quanto spazio stiamo permettendo alla paura di occupare.
Le cinque verità sulla paura
Nelle sue pagine, la paura non viene descritta come qualcosa da eliminare una volta per tutte. Al contrario, viene considerata una compagna inevitabile di ogni cambiamento significativo. Per questo una delle parti più conosciute del suo lavoro è rappresentata dalle cosiddette Cinque Verità sulla Paura, una sintesi semplice ma efficace di un'idea che attraversa tutti i suoi libri: il problema non è la paura in sé, ma il modo in cui ci relazioniamo ad essa.
Rilette oggi, mantengono una sorprendente attualità. Parlano a chi rimanda una decisione importante, a chi aspetta di sentirsi finalmente pronta, a chi pensa che gli altri siano più sicuri di sé e meno spaventati. Soprattutto, mettono in discussione una convinzione molto diffusa: che prima debba arrivare la fiducia e poi l'azione.
Verità n. 1
La paura non scomparirà mai finché continuerò a crescere.
Se usciamo dalla nostra zona di comfort e continuiamo a spingerci oltre i limiti abituali, proveremo sempre una certa dose di paura. Non è necessariamente un segnale che stiamo sbagliando; spesso è il segnale che stiamo entrando in un territorio nuovo.
Verità n. 2
L'unico modo per liberarsi dalla paura di fare qualcosa è uscire e farla.
Molte persone aspettano di sentirsi sicure prima di fare un cambiamento. Aspettano il momento giusto, la certezza, la garanzia che tutto andrà bene. Ma l'esperienza mostra spesso il contrario: la sicurezza arriva dopo l'azione, non prima.
Verità n. 3
L'unico modo per sentirmi meglio con me stessa è uscire e... farlo.
L'autostima non si costruisce solo pensando diversamente a sé stesse. Si costruisce anche attraverso esperienze concrete che ci permettono di scoprire capacità che non sapevamo di avere.
Verità n. 4
Non sono l'unica a provare paura quando mi trovo in un territorio sconosciuto.
È forse una delle intuizioni più liberatorie del suo lavoro. Quando osserviamo gli altri, vediamo il risultato finale delle loro scelte, ma raramente vediamo i dubbi, l'incertezza e la vulnerabilità che le hanno accompagnate.
Verità n. 5
Affrontare la paura è meno spaventoso che convivere con la paura silenziosa che nasce dal senso di impotenza.
Esiste una paura evidente, quella che proviamo quando tentiamo qualcosa di nuovo. E ne esiste una più sottile, che si accumula quando continuiamo a rimandare ciò che sentiamo importante. Secondo Susan Jeffers, è spesso quest'ultima a consumare più energie. La paura, da questo punto di vista, non diventa una prova di inadeguatezza. Diventa una condizione profondamente umana. Qualcosa che accomuna persone molto diverse tra loro e che, in alcuni momenti della vita, può persino indicare la direzione della crescita.
Rimandare la preoccupazione
Un tema centrale nel lavoro di Susan Jeffers riguarda il bisogno di controllo. Molte delle nostre paure non nascono da ciò che sta accadendo nel presente, ma dagli scenari che la mente costruisce sul futuro. Sono i pensieri che iniziano con "e se...?", le ipotesi, le anticipazioni, le conversazioni immaginate decine di volte prima che abbiano luogo.
In Abbracciare l'incertezza, un altro dei suoi libri più noti, racconta un episodio che la riguarda direttamente. In quel periodo stava cercando di vendere la propria casa per trasferirsi in un'abitazione più piccola. A un certo punto si accorse di essere intrappolata in un curioso paradosso: era contemporaneamente preoccupata che la casa si vendesse e che non si vendesse. Se l'avessero acquistata rapidamente, dove sarebbe andata? Avrebbe trovato una casa che le piacesse altrettanto? Se invece nessuno l'avesse comprata, cosa sarebbe successo ai suoi progetti?
Come spesso accade nei processi ansiosi, la mente riusciva a produrre timori opposti e ugualmente convincenti. Fu in quel momento che ebbe un'intuizione tanto semplice quanto efficace:
"Oggi non mi preoccuperò di niente. Me ne preoccuperò domani."
Invece di discutere con i pensieri o cercare rassicurazioni, decise di rimandare la preoccupazione.
Non eliminarla.
Non reprimerla.
Non convincersi che fosse irrazionale.
Semplicemente rimandarla.
Jeffers racconta di aver percepito quasi immediatamente una sensazione di alleggerimento. I problemi non erano scomparsi, ma per quel giorno non aveva più intenzione di concedere loro tutto lo spazio mentale che stavano occupando. Da allora iniziò ad applicare lo stesso principio ad altri ambiti della sua vita: la salute, il denaro, il futuro dei figli, le inevitabili incertezze che accompagnano l'esistenza di ogni persona.
L'esercizio può sembrare fin troppo semplice. Eppure contiene un'intuizione profonda: la preoccupazione continua non ci protegge dagli eventi. Molto spesso ci impedisce soltanto di vivere il presente.
Per questo suggeriva una sorta di rituale mentale:
Lunedì: "Oggi non mi preoccuperò di niente. Me ne preoccuperò domani."
Martedì: "Oggi non mi preoccuperò di niente. Me ne preoccuperò domani."
Mercoledì: "Oggi non mi preoccuperò di niente. Me ne preoccuperò domani."
E così via.
Con il suo consueto senso dell'umorismo osservava che la settimana ha solo sette giorni e che quel famoso "domani" non arriva mai davvero.
Naturalmente non si tratta di ignorare problemi reali o responsabilità concrete. Se c'è una decisione da prendere o un problema da affrontare, occorre affrontarlo. L'obiettivo dell'esercizio è un altro: interrompere il rimuginio, quella continua attività mentale che gira in tondo senza avvicinarci di un passo alla soluzione.
È una differenza che in psicoterapia incontriamo spesso. C'è una distanza enorme tra l'occuparsi di qualcosa e il preoccuparsene senza sosta.
Nel primo caso ci muoviamo verso una soluzione.
Nel secondo restiamo fermi, consumando energie.
Forse è proprio questo il motivo per cui questo piccolo esercizio continua a essere ricordato a distanza di tanti anni. Non promette di eliminare l'incertezza, ma ci invita a fare qualcosa di più utile: restituire un po' di spazio al presente.
La griglia della vita: ritrovare l'equilibrio
Accanto alle riflessioni sulla paura, Susan propone uno strumento pratico estremamente utile e applicabile: la Whole Life Grid, la "Griglia della Vita". L'idea è semplice. Si disegna una griglia e si riempiono i vari spazi con le aree importanti della propria esistenza: relazioni, amicizie, lavoro, crescita personale, creatività, salute, spiritualità, tempo per sé.
L'obiettivo non è organizzarsi meglio o riempire l'agenda di attività. È accorgersi di quanto spesso tendiamo a investire quasi tutta la nostra energia in una sola area della vita, finendo per affidarle anche il nostro senso di valore e di stabilità.
Può capitare con il lavoro, quando il riconoscimento professionale diventa l'unica misura del proprio valore. Può accadere nelle relazioni, quando il benessere emotivo dipende quasi esclusivamente dalla presenza dell'altro. Oppure nel ruolo di madre, nel successo, nella cura degli altri.
Finché tutto procede bene, l'equilibrio sembra reggere. Le difficoltà emergono quando quella specifica area entra in crisi. Se tutta la nostra identità poggia su un unico pilastro, basta una perdita, una delusione o un cambiamento inatteso perché tutto il sistema vacilli.
Per questo Susan invitava a osservare attentamente la propria griglia e a porsi una domanda molto concreta: Che cosa farei se decidessi di prendermi cura davvero di questa parte della mia vita?
Dell'amicizia che trascuro da mesi.
Del rapporto con il mio corpo.
Della mia crescita personale.
Della mia creatività.
Del tempo che dedico a me stessa.
A questo punto suggeriva di fermarsi, chiudere gli occhi e immaginare come vorremmo vivere quell'area della nostra esistenza. Come ci sentiremmo? Che cosa faremmo di diverso? Quale piccolo passo potremmo compiere già oggi?
Solo dopo arrivava la parte operativa: mettere per iscritto ciò che era emerso e individuare azioni concrete. Non grandi rivoluzioni, ma gesti sostenibili e realistici.
Una telefonata rimandata da troppo tempo. Un corso che desideriamo iniziare. Un pomeriggio lasciato libero per qualcosa che ci nutre davvero. Una visita medica trascurata. Un momento dedicato a un interesse che avevamo abbandonato.
La forza di questo esercizio sta nel ricordarci una cosa semplice e spesso dimenticata: la nostra vita è molto più grande del problema che in questo momento occupa tutta la scena.
Come scriveva:
«Osservando la tua Griglia della Vita vedrai che le relazioni sono una parte importante della tua vita, ma non sono tutta la tua vita. In realtà, la tua vita è immensa.»
È una riflessione che mantiene una notevole attualità. In un'epoca in cui siamo continuamente spinti a identificarci con una sola dimensione di noi stessi, la Griglia della Vita ci invita ad allargare lo sguardo. Non per evitare il dolore o l'incertezza, ma per costruire un'esistenza più ricca, più equilibrata e meno vulnerabile agli inevitabili cambiamenti della vita.
Dire sì alla vita
Susan Jeffers desiderava ispirarci a scoprire quanto possa essere entusiasmante il viaggio della crescita personale, accettando tanto l'estasi di sentirsi in sintonia con gli eventi quanto l'angoscia di percepirsi fuori rotta.
Nel suo lavoro scriveva:
«Uno dei miei studenti mi ha detto: "Leggo e leggo, e penso che un giorno uno di quei libri mi sarà d'aiuto!". Gli ho risposto: "No. Nulla ti sarà d'aiuto se non lo prendi tu!". NON ASPETTARE CHE TI SIA D'AIUTO! PRENDILO! USALO. VIVILO. ASSORBILO. Se non usi il muscolo che ti eleva al tuo Sé Superiore, si indebolirà, proprio come il tuo corpo si indebolisce quando non viene usato.
Se pensi di aver bisogno di ulteriore aiuto, allora non esitare a chiedere il supporto di un professionista.
Agisci. Nulla funzionerà per te se non ti impegni. Di' sì alla vita. Partecipa. Muoviti. Agisci. Coinvolgiti nel processo. Coinvolgersi significa ridurre la paura. Cresciamo, ci allontaniamo da quel "piccolo grumo febbrile ed egoista di malanni e lamentele che si lamenta perché il mondo non si dedica a renderci felici". Raggiungiamo la vera maturità, dove abbiamo molto da dare a questo mondo.»
Al di là del linguaggio energico che caratterizza il suo stile, emerge una convinzione molto chiara: comprendere non basta. A un certo punto occorre fare esperienza. Occorre trasformare le intuizioni in qualcosa di vissuto.
Impegnarsi a superare la paura non significa cambiare radicalmente ciò che facciamo, ma imparare a vivere con maggiore presenza e fiducia nelle nostre risorse.
Citando lo psicologo Rollo May, Jeffers ricordava che ogni essere umano porta dentro di sé il bisogno di realizzare le proprie potenzialità. Per questo lo scopo della vita non coincide con una felicità permanente, ma con la gioia che nasce dal sentirsi pienamente coinvolti in ciò che si vive.
Una gioia che non nasce quando tutto va bene, ma quando smettiamo di aspettare le condizioni perfette per partecipare alla nostra vita.
Un ultimo appunto
Nella pratica della psicoterapia questo tema emerge frequentemente. Molte persone sono convinte di dover eliminare ansia, dubbi o insicurezza prima di poter compiere un passo importante nella propria vita.
Il lavoro terapeutico procede spesso nella direzione opposta: riconoscere quelle emozioni, comprenderle e sviluppare un rapporto diverso con esse, più consapevole e meno governato dalla lotta continua a farle sparire.
Come suggeriva Susan Jeffers, chiedere aiuto quando se ne sente il bisogno fa parte del processo stesso di crescita.
Non per diventare persone senza paura, ma per costruire gradualmente una maggiore fiducia in sé e nella propria capacità di affrontare ciò che la vita porta con sé.
Forse è questo, in fondo, il lascito più attuale del lavoro di Susan Jeffers.
Riferimenti e approfondimenti
Per chi desidera approfondire alcuni dei temi citati in questo articolo, ecco alcuni riferimenti:
Jeffers, S. (1987). Conosci le tue paure e vincile (Feel the Fear and Do It Anyway).
Jeffers, S. (2003). Abbracciare l'incertezza (Embracing Uncertainty).
Jeffers, S. (2004). Life Is Huge! Putting Life in Perspective.
Jeffers, S. (1996). End the Struggle and Dance With Life.
May, R. (1953). L'uomo alla ricerca di sé.
Westbrook, C. (2012). Susan Jeffers obituary. The Guardian, 31 ottobre 2012.


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